Luca Terlizzi
Chiesa del Crocifisso · San Donato Milanese
Sabato 11 luglio 2026
LITURGIA DELLA PAROLA
EPISTOLA
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (4, 7-18)
Fratelli, noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Cosicché in noi agisce la morte, in voi la vita.
Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, accresciuta a opera di molti, faccia abbondare l’inno di ringraziamento, per la gloria di Dio.
Per questo non ci scoraggiamo, ma, se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne.
Parola di Dio. Rendiamo grazie a Dio.
SALMO RESPONSABILE
Dal Salmo 15 (16)
- Mostrami, Signore, il sentiero della vita.
Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu, solo in te è il mio bene».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita.
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio; anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore, sta alla mia destra, non potrò vacillare.
Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro.
Perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.
Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra.
VANGELO
Dal Vangelo secondo Giovanni (6, 1-15)
In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
Parola del Signore. Lode a te, o Cristo.
OMELIA di don Umberto Bordoni
2 Cor 4, 7-18 · Salmo 15 (16) · Giovanni 6, 1-15
Il tesoro nel vaso di creta. Il tesoro, prima di tutto, è la vita di Luca.
Un ragazzo meraviglioso, che ho conosciuto attraverso gli occhi, il cuore, l’amore, le lacrime di mamma Alessandra, di papà Marco, di sua sorella Chiara. Un ragazzo innamorato della vita: gentile, amabile, capace — nonostante la sua riservatezza — di creare intorno a sé un tessuto di amicizia, di affetto, di intensità umana. Innamorato della musica, della musica elettronica; appassionato delle grandi questioni del mondo, della storia, della politica. Un ragazzo che voleva andare in profondità, che non si accontentava della superficie: forse istruito in questo dalla sofferenza che lo ha segnato fin dall’inizio. Un ragazzo che nel Giappone vedeva un’affascinante sintesi tra tradizione e modernità, e che amava la fotografia.
Di lui, purtroppo, la sofferenza ha segnato già gli inizi. Il vaso di creta è stato il suo corpo, la sua salute: «tribolato, ma non schiacciato; sconvolto, ma non disperato; perseguitato, ma non abbandonato» — esattamente come scrive Paolo. Perché Luca ha voluto fare della sua vita un cammino di resilienza, in cui non lasciare che fosse la malattia a definire la sua persona, ma piuttosto il luogo di una sua ostinata fede nella vita. Quella parola — faith — che si è fatto tatuare sul braccio, per dire ciò che lo ha spinto, come raccontano i suoi genitori, a «guardare sempre oltre». Tanto che della sua malattia non ha parlato se non qualche settimana fa, e solo agli amici più cari: l’ha tenuta per sé, per non lasciare che fosse quello il filtro con cui gli altri lo guardavano. Perché lui voleva vivere. Voleva viaggiare, lottare, conoscere, amare.
Per questo «non si è scoraggiato» — di nuovo le parole di Paolo — anche se il suo uomo esteriore si andava disfacendo. Paolo afferma che «il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria»: quella che ora noi speriamo per Luca. «Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, che sono eterne». Così desideriamo che sia ora il nostro sguardo. Come quello di Luca.
Il Vangelo racconta di un ragazzo che, di fronte al desiderio di senso di un’intera folla, si presenta con cinque pani e due pesci. Questa pochezza, questo niente che per lui è tutto, è la vita breve, densa, ricchissima di Luca. Lui, in qualche modo, la consegna a Dio e a noi in questo momento; e noi la consegniamo con lui, la mettiamo nelle mani di Dio, consapevoli che è un tesoro preziosissimo. Nelle mani di Dio il poco si moltiplica a dismisura, diventa cibo per un’intera folla. E lo è già, per noi che siamo qui: l’amore che ci unisce, il dolore che ci unisce, la solidarietà che ci unisce, e la fede che Luca sia ancora vivo in Dio, che possa restare con noi invisibilmente ma realmente. È un miracolo. E lo invochiamo da Dio.
I suoi genitori mi raccontavano di una devozione di Luca: una Via Crucis trovata in montagna — la Via della Croce, quell’insieme di stazioni che ricordano le sofferenze che Gesù ha patito non per sé, ma per noi. Luca, in un anno in cui si interrogava sul senso della vita, sulla spiritualità, sulla fede, ne è rimasto folgorato: si è identificato con le sofferenze di Gesù. La Via Crucis è l’immagine della sua vita — di sofferenza sì, ma soprattutto di amore e di speranza. Ed è lui che ha voluto che celebrassimo in chiesa questo funerale, con le esequie religiose, per dire il senso di una vita che non finisce.
La Via della Croce non si ferma alla dodicesima stazione, quella della morte. Nel segno dei pani, Gesù dice ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». È la stessa parola che pronuncia la Croce: nulla va perduto. Nessuna sofferenza di Luca, nessun frammento della sua vita breve e piena è sprecato o dimenticato davanti a Dio. Tutto è raccolto, tutto è custodito, tutto è consegnato alla vita che non finisce.
Sua sorella Chiara, da piccolissima, ha scritto un tema raccontando la cosa più bella della sua vita: il giorno in cui è nato suo fratello Luca. Quel tema, già così preciso nella forma, raccoglie i ricordi di una bambina di quattro anni e si conclude con queste parole: «Io dico che un momento speciale è quando sei circondato da chi ti vuole bene».
Quello che stiamo celebrando è proprio un momento speciale. È un momento speciale per Luca, che è circondato da noi che gli vogliamo bene. È un momento speciale per Alessandra, per Marco, per Chiara, perché possono sentirsi circondati da chi vuole loro bene. Ed è un momento speciale in cui possiamo sentire che è Luca stesso a circondarci, ad abbracciarci: lui, invisibilmente presente, non morto, ma vivo nella vita che non finisce.
Chiediamo anche noi — come lui, come quella parola tatuata sul suo braccio — di avere questa fede e questo amore. Non è il nostro sentimento a tenere vivo Luca: è Dio che lo tiene vivo, ed è Dio che ce lo rende presente, prima ancora del nostro sentire. Questa fede, inscritta nel nostro amore per lui, ci fa sentire Luca vicino. In attesa che i suoi pani e i suoi pesci siano moltiplicati in quella vita stupenda, immensa di bene, per la quale ciascuno di noi è stato creato, e che ogni giorno ci è donata.
